PALAZZO BECCHI-MAGNANI

Dalle origini cinquecentesche ad oggi

L’edificazione di Palazzo Becchi-Magnani risale con ogni probabilità alla seconda metà del XVI secolo, periodo nel quale i Conti Becchi decidono di realizzare in città la propria abitazione di rappresentanza.

La scelta ricade su quel luogo in quanto la recente chiusura del canale e le attività economiche che animavano la via della Ghiara (oggi Corso Garibaldi), rendeva particolarmente interessante il sito a una famiglia che nel commercio ha trovato la propria fortuna (infatti i Becchi sono tra i principali produttori ed esportatori di sete reggiane dell’epoca). Lungo Corso della Ghiara, inoltre, già a partire dal XV secolo, avevano deciso di dimorare le famiglie dell’élite cittadina (troviamo ad esempio i palazzi Scajoli-Rangone e Panciroli-Manenti), tanto che si può parlare di una vera e propria attenzione urbanistica alla via (intensificatasi poi con l’erezione – a partire dal 1597 – della Basilica della Madonna della Ghiara), in base alla quale veniva richiesto un attento allineamento delle facciate e un accorto inserimento prospettico dei palazzi nel tessuto viario, di sovente attraverso l’apposizione di decorazioni angolari.

Anche Palazzo Magnani presenta questo tipo di decorazione: l’erma marmorea raffigurante Giano bifronte, opera dello scultore Prospero Sogari, detto il Clemente, e datata 1576, collocata nell’angolo sud-ovest dell’edificio, tra Corso Garibaldi e via Vicedomini. Proprio questa pregiata scultura può fornire elementi utili a una datazione attendibile dell’origine del palazzo, le cui prime notizie risalivano sinora al 1608.

Risulta infatti che i conti Becchi avessero da tempo un rapporto particolare con lo scultore Prospero Sogari, in quanto nel 1555 e poi ancora nel 1560 il Clemente tiene a battesimo due membri della famiglia Becchi (Angelo e Giammaria). Questa relazione avvalorerebbe l’ipotesi che la costruzione del palazzo sia avvenuta contestualmente alla realizzazione della scultura del Giano e cioè intorno al 1576. Si può ragionevolmente supporre, infatti, che la famiglia Becchi all’epoca dell’erezione del Palazzo abbia commissionato al Clemente, anche in virtù del loro rapporto di conoscenza, una scultura ornamentale da apporre nell’angolo della casa come decorazione e quale figura di protettore e custode della famiglia. Un’altra importante fonte documentaria attesta l’esistenza di Palazzo Becchi già nel 1605. Si tratta di un documento conservato presso l’Archivio di Stato di Reggio Emilia, datato 16 aprile 1605, nel quale vengono descritte le botteghe che animavano il Corso durante lo svolgimento dell’Antica Fiera della Ghiara e si racconta che, davanti alla “Casa del Signor Antonio Becchi”, erano poste sei bancarelle con diverse attività commerciali.

Della costruzione originaria di quel periodo rimane oggi soltanto l’impianto planimetrico che ruota intorno ad una corte centrale e l’erma marmorea angolare. Dopo i Conti Becchi, la proprietà passa alla famiglia Dionigi che ne amplia l’estensione, acquistando la parte corrispondente all’odierno numero civico 31 di Corso Garibaldi.

A partire dagli inizi del Settecento il Palazzo viene ceduto ad un’altra nobile famiglia reggiana, i Chioffi, originari di Castelnovo di Sotto, che nel 1841 promuovono importanti restauri. Si assiste di fatto a un rifacimento completo dell’edificio in stile neoclassico, visibile soprattutto nelle facciate interne ed esterne e nello scalone centrale. In quel periodo il palazzo prende probabilmente la forma attuale, come ci attesta una pianta del piano terra realizzata dagli architetti Marchelli nella prima metà del XIX secolo del tutto simile a quella odierna, mentre le decorazioni interne e gli affreschi dei soffitti delle stanze al primo piano sono realizzati in un arco di tempo più vasto, fino al tardo Ottocento.

Sono ancora visibili gli stemmi araldici della famiglia Chioffi: le iniziali del capostipite Giuseppe al centro del pavimento nella prima sala a piano terra e lo stemma araldico della famiglia nell’atrio di ingresso, sulla volta e sul cancello in ferro battuto che separa l’androne centrale dal porticato interno.

La famiglia Chioffi è costretta a vendere l’immobile su sentenza del Tribunale di Reggio Emilia in data 27 agosto 1870 per pagare alcuni creditori. Da quel momento i passaggi di proprietà sono piuttosto ravvicinati: ad acquistare il Palazzo dai Chioffi è la Cassa di Risparmio, che, a distanza di soli sette anni vende nuovamente l’immobile a Giuseppina Forlaj in Ottavi, la quale poi, per successione, lo affida al Conte Prospero Ottavi e Vittoria Masseur.

Il 18 marzo 1917 l’immobile giunge, infine, a Giuseppe Magnani che alla sua morte, avvenuta nel 1960, trasferisce la proprietà al figlio Luigi, collezionista d’arte, musicologo e uomo di cultura. Il Palazzo è la residenza “cittadina” dei Magnani, mentre la villa di proprietà sita a Mamiano di Traversetolo (Parma), con il grande parco – dove oggi sorge la Fondazione Magnani-Rocca – può essere considerata quella “di campagna”.

Già nei primi anni Ottanta Luigi Magnani avvia un rapporto con la Provincia di Reggio Emilia, in particolare con gli allora Presidente Ascanio Bertani e Assessore alla cultura Giorgio Cagnolati, con i quali inizia ad ipotizzare la cessione del Palazzo alla Amministrazione Provinciale.

In quello stesso periodo Magnani sta elaborando il progetto di costituire la Fondazione Magnani-Rocca al fine di tutelare e valorizzare la sua straordinaria collezione d’arte, per renderla fruibile al pubblico in modo permanente all’interno nella Villa di Mamiano di Traversetolo (la Fondazione, dopo un lungo iter, inaugura il 7 aprile 1990).

Nel 1984 Palazzo Becchi-Magnani ospita, per volontà di Magnani, una prestigiosa mostra che di fatto va ad anticipare quella che sarebbe divenuta la destinazione futura della residenza cittadina di famiglia.

Si tratta dell’esposizione dei Capolavori della Pittura Antica della Fondazione Magnani Rocca in occasione della quale viene realizzato un catalogo a cura di Vittorio Sgarbi. La presentazione dell’evento si tiene al Teatro Valli alla presenza, oltre che delle Istituzioni del territorio, di Giulio Carlo Argan.

Il 15 novembre 1984, a poco meno di un mese dalla chiusura della mostra, Luigi Magnani muore. Il 20 novembre 1987 il Consiglio della Provincia di Reggio Emilia delibera l’acquisto di Palazzo Magnani e il conseguente inizio dei lavori di restauro. Il 22 luglio 1988 è il Consiglio d’Amministrazione della Fondazione Magnani-Rocca ad autorizzare la cessione del Palazzo. L’atto di compravendita ufficiale viene stipulato il 30 giugno 1989 e in esso viene già esplicitata la finalità a cui verrà destinato l’immobile: attività espositiva (palazzo nobile) e uffici (palazzina nel cortile). All’inizio del 1989 viene affidato all’architetto Ivan Sacchetti l’incarico di restaurare l’edificio per realizzare l’ambizioso progetto della nuova destinazione d’uso. I restauri si concludono nella primavera del 1997 e il 26 aprile 1997 Palazzo Magnani inizia il suo cammino nel mondo della cultura e dell’arte.

 

Il Giano bifronte di Prospero Sogari detto il Clemente

Marmo: h. 2,30 x 39 cm. ca.

Iscrizioni: AETERNUN SERVABO (sulla base); MDLXXVI (sull’anello inferiore)

Uno degli aspetti più significativi e caratteristici di Palazzo Magnani è la presenza, sul margine destro della facciata, dell’erma del Giano bifronte realizzata da Prospero Sogari detto il Clemente (autore anche della facciata incompiuta del Duomo di Reggio Emilia). Questo decoro angolare non è insolito nelle architetture reggiane riferibili alla metà del XVI secolo, in quanto si recepiva l’influenza del gusto architettonico ferrarese dell’epoca che era solito affidare alla “moda” della rifinitura ad angolo l’inserimento prospettico della facciata degli edifici nel contesto viario. La scultura a tutto tondo di Giano bifronte è collocata nell’angolo del Palazzo fra via Vicedomini e Corso Garibaldi.

Giano era una delle divinità più antiche e più importanti della religione romano-italica ed era rappresentato in corrispondenza delle porte o di passaggi e ponti: le sue due facce vegliavano nelle due direzioni, a custodire entrata e uscita. In generale, per l’iconografia, divenne il custode di ogni forma di passaggio e mutamento, protettore di tutto ciò che riguardava un inizio ed una fine.

Il volto “giovane” è rivolto in direzione di via Vicedomini e mostra i tratti idealizzati delle sculture classiche giovanili, mentre il volto “vecchio” incorniciato da una folta barba volge lo sguardo profondo e incavato in direzione opposta verso Corso Garibaldi.

Nell’anello sottostante al corpo è incisa la data MDCXXVI (1576) e sul basamento è riportato il motto latino AETERNUM SERVABO che attesta il valore simbolico del soggetto ritratto.

Non vi sono fonti cinquecentesche o seicentesche che riportino notizie della scultura. Solamente nel 1708 il Giano, confuso per un idolo antico, viene ritratto da Don F. G. Franchi nella sua curiosa raccolta di antichità.

 

 


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