La vita materiale

Otto stanze, otto storie

testo di Marina Dacci

L’arte ci trasporta ovunque.
Lo fa riattivando i nostri sensi e poi il nostro immaginario.
Il primo passo è il corpo consapevole: uno sguardo purificato, l’intelligenza delle mani leggono in modo diverso le cose che ci circondano e che accompagnano il cammino di ogni giorno.
Il nostro corpo diventa più senziente nel pellegrinare dentro e fuori da noi stessi.
C’è un richiamo all’abbandono, a una speciale compostezza emotiva, ma anche allo stato di veglia, a una lotta che produce energia e rompe l’immobilità.
La nostra vita materiale ci permette di creare esperienza da maneggiare con cura, di generare memorie che diventano le nostre geografie personali, geografie che si rituffano nel nostro reale in un perpetuo moto circolare.
E anche gli oggetti e i materiali del nostro quotidiano possono cambiare la loro vocazione, accompagnandoci.
Questo ci regala l’arte.
Basta scorrere i titoli di queste otto stanze: l’invito a un viaggio.

Quel che dice la mia forma
Al principio c’è il corpo e quello che appercepisce ma anche il corpo- linguaggio che comunica a noi stessi e agli altri. Nella ricerca di Claudia Losi il corpo coinvolge, manipolandoli, oggetti e materiali che agiscono da catalizzatori di energie, collettori di esperienze e memorie personali che si trasformano in azioni collettive, Così è stato per il progetto in mostra che, ha percorso nuovi sentieri, creando costellazioni altre, come capitoli di un lungo racconto in cui il tempo biologico e quello interiore della coscienza personale si intrecciano in uno scambio costante.

Psychic Residue
Le opere di Ludovica Gioscia sono stratificazioni, impasti di tracce psichiche generate dall’accumulazione del suo vissuto che conferiscono un particolare animismo agli oggetti e ai materiali. Carta, tessuto, ceramica, cartapesta si mostrano nella loro fragile mutevolezza in una storia di evoluzione infinita in cui il tempo è ciclico. I Portali ne sono paradigma: lenzuola di memoria stese al sole, carte assorbenti di gesti di pratica quotidiana di lavoro.

Del sublime difetto
Lo scavo, la sottrazione, la manipolazione in materiali docili come la carta e il cartone e il tessuto nel tempo si sono misurati con altri, più defatiganti come il legno o con gesti performanti su materiali organici e matrici di fusioni. Per tutti questi interventi di Serena Fineschi la costante resta sempre “un corpo a corpo” con la materia che pare sublimare uno scavo, un’indagine profonda sul sé e sul concetto di resistenza e di caducità.

Float like a butterfly, sting like a bee
Estetica della distruzione: spesso così viene sinteticamente definita la ricerca di Loredana Longo. I materiali e gli oggetti sono assaliti, bruciati, scavati, demoliti ma vengono poi recuperati, con sguardo commosso e tenero dettato dal bisogno di un nuovo inizio, un riscatto psichico e sociale.
E’ un ricucire puro in cui il gesto violento si stempera e si ricompone in tensione positiva, rigenerante.

Disciplina dell’attenzione
La scrittura, il libro come forziere di parole sono elementi centrali nel lavoro di Sabina Mezzaqui. Il materiale che li accoglie (carta e inchiostri) è assorbito, manipolato, decostruito e rimesso al mondo spesso con l’impiego di altri materiali, quasi sempre domestici (lane, stoffe, perline). La concentrazione, l’attenzione che l’opera richiede nell’essere esperita, così come la lentezza del gesto sempre rispettoso, spesso ripetitivo e condiviso da altre mani, conferiscono al suo processo di lavoro l’idea di un mantra.

Fiume. Bosco e giardino. Tempo
C’è una speciale osmosi nel lavoro di Chiara Camoni con ciò che la circonda nel suo quotidiano, specialmente con materiali che la natura offre nel territorio: crete sassi, piante, fiori incontrati sul cammino nelle sue mani si trasformano in apparizioni misteriose, in architetture naturali, in un continuo stato di transito. La traccia, la nascita di questi piccoli miracoli diviene spesso intimo racconto personale e collettivo in cui forte è il sentimento panico con l’ambiente.

L’esercizio del lontano
All’interno della sua stanza/laboratorio, Elena El Asmar ci conduce oltre la soglia di un mondo domestico e conosciuto, zeppo di oggetti ordinari. Giocare con le forme sovrapponendole, occultandole, modificandole, come accade quando lo sguardo è già alle spalle e il gioco della memoria e dell’immaginazione generano universi paralleli, geografie immaginarie. Ecco che una semplice bottiglia o un centrino o delle palette da caffè, manipolati dalla mano dell’artista, divengono velari fiabeschi su inaspettati paesaggi e viaggi nel cosmo.

Unico raccogliersi dell’ombra nella valle
Cambiamenti, cancellazioni e nuovi inizi. Il materiale suggerisce e governa il gesto nella scultura di Alice Cattaneo. Le immagini mentali si confrontano e si perfezionano durante il processo di lavoro assorbendo le contraddizioni e i limiti dei materiali, conducendo la mano in insospettabili direzioni. Sempre presente è la tensione, l’essere in bilico nella ricerca di equilibrio/dialogo della materia. La trasparenza del vetro l’opacità del cemento si innestano nella balsa nel tentativo di liberarsi da una forma data.