La storiella che David Foster Wallace tirò fuori dal cappello del suo genio era delle più efficaci ed esilaranti: “Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?”. Era il 21 maggio 2005 e il celebre scrittore statunitense iniziava così il suo discorso – pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Questa è l’acqua – ai laureandi del Kenyon College.

Niente arroganza: nessuno pretende la parte del pesce saggio. E nessuno immagina che i due pesci giovani siano dannati a una sorta di inadeguatezza esistenziale e cognitiva. La storiella mira a far comprendere il rilievo della realtà, anche e soprattutto quella più vicina e ovvia come è l’abituale ambiente di vita. E, paradossale ma plausibile, questo ambiente – sia circostante o interiore – è non di rado il più difficile da capire, è dato per scontato e nello stesso tempo è “mancante” nel paesaggio della persona e della comunità.
L’incontro fra i tre pesci costituisce quindi un “salto” o almeno il presupposto di un salto: una presa di coscienza che apre la strada alla conoscenza e alla possibilità se non di “pensare quel che si vuole”, almeno di “scegliere a cosa pensare”. I due pesci giovani si rendono conto di non sapere cosa sia l’acqua e intuiscono che saperlo sia importante, probabilmente indispensabile.
È il passaggio dal tempo quotidiano, abituale, scontato, quello di una banale “nuotata” con il pilota automatico, quel tempo che nella Grecia antica era il Chronos, al momento favorevole, opportuno, fondamentale, che la civiltà classica ci ha tramandato come Kairos.
Tutto questo, nella storiella, non avviene in solitaria. Il percorso di conoscenza, quindi di consapevolezza, e la libertà ed il benessere che ne derivano, sono innescati da un incontro, da un gesto di attenzione per l’altro e da una relazione, perciò da un “lavoro di gruppo”, un lavoro condiviso in seno a una piccola comunità.
È forse percepibile a questo punto quanto libertà e benessere generati da una piena consapevolezza di se stessi e del proprio ambiente siano essenziali in ogni ambito di una società contemporanea in cui la persona possa esprimersi ed essere parte attiva e cosciente di una comunità. Lavoro e impresa inclusi.
È forse intuibile allora il motivo per cui, accompagnata da una sempre più sviluppata ricerca non solo accademica e da una sempre più articolata struttura normativa europea e nazionale, si faccia sempre più strada nella cultura d’impresa e nella qualità del lavoro il tema della sostenibilità, sia essa ambientale, sociale e di governo e trasparenza gestionale e societaria. Stiamo parlando appunto dell’acronimo ESG: Environmental, Social, Governance.
Sono tutti fattori che contribuiscono alla sostenibilità di un’azienda e quindi alla qualità di vita di chi vi lavora.
Non stiamo parlando di slogan, magari per creare un’immagine favorevole sul mercato di un determinato prodotto o di un marchio (semmai queste possono essere pur utili conseguenze). Parliamo piuttosto di contenuti che possono contribuire realmente – attraverso una accresciuta presa di coscienza riguardo all’”acqua” di cui si parlava – a trasformare e migliorare i processi di produzione, le relazioni di lavoro, persino gli investimenti e quindi i trasferimenti di capitali.
“Seguire i criteri ESG – ha spiegato ad esempio un esperto quale Daniel Bonfanti di Innlifes – significa indirizzare i propri capitali verso realtà che privilegiano processi con un minore impatto ambientale, che favoriscono l’inclusione e il benessere dei lavoratori all’interno dell’azienda, che promuovono progetti dall’elevato impatto sociale, e che prevedono meccanismi di trasparenza e politiche di diversità nella composizione dei consigli d’amministrazione”.
Gli ESG sono il più delle volte buone e consolidate prassi nelle grandi realtà lavorative e produttive.
Ora questo beneficio aspetta di essere esteso a contesti relativamente più piccoli, ma non meno importanti e impattanti per le ricadute su qualità delle relazioni e del lavoro, sull’economia e le comunità di riferimento. Con tanto di Rating ESG dedicato: un indice che certifica la sostenibilità di un’azienda, di un fondo di investimenti o di un ente, e viene calcolato da agenzie di rating specializzate. Si stima che in Italia, almeno il 30% delle aziende ha intrapreso il percorso ESG e il 60% si sta mettendo in carreggiata. D’altra parte, l’ampia maggioranza degli investitori tiene in conto il livello ESG delle imprese. Un meccanismo destinato, sostengono gli esperti, a diventare sistema.

Conoscenza, consapevolezza, creatività, espressione e controllo di sé e dell’ambiente sociale e lavorativo sono temi connessi alla libertà e al benessere, perciò sono temi di bellezza. E l’arte è creatività, consapevolezza e bellezza.
Da questi presupposti la Fondazione Palazzo Magnani procede – non da oggi, ma da oggi con sempre maggiore convinzione e sistematicità – per costruire un’offerta di benessere personale e relazionale, con particolare riguardo all’ESG e quindi ai lavoratori e alle aziende, radicata sulla propria offerta culturale, artistica, laboratoriale.
I primi esiti sperimentali, meno di tre anni fa con la grande mostra L’arte inquieta. L’urgenza della creazione, furono incoraggianti: più di 100 persone, dipendenti di 4 aziende di Reggio Emilia, furono ospitate negli spazi espositivi e attraverso un percorso condiviso, bilanciato sulle esigenze aziendali, vennero progettate e realizzate esperienze artistiche sia attraverso il contatto con le opere, sia con attività pratiche in atelier, guidate da maestri d’arte e facilitatori. Fu fatto un bis, con altre 2 aziende e oltre 50 partecipanti.
L’esperienza raccolse consensi e partecipazione convinti. È stato un primo tassello di una composizione che ora Fondazione Palazzo Magnani si prepara a proporre alla città, alle aziende e alla comunità dei lavoratori in maniera sempre più motivata ed estesa, cercando di rispondere a un interesse e a un bisogno umano, umanistico ed economico insieme.

