
Il numero di marzo 2026 di Vita – l’autorevole mensile che si occupa di terzo settore, attivismo civico e innovazione sociale – ha per titolo “La bellezza è un diritto. Prendiamocela” e il sottotitolo declina di fatto un programma: “L’arte è essenziale per la cura delle persone e delle comunità: ecco perché il welfare culturale deve diventare davvero per tutti”. Il riferimento è all’ampia monografia, una settantina di pagine, densa di contributi ed esperienze, che la rivista (cartacea e online) propone e che parla anche di Reggio Emilia. Si tratta dell’esperienza, pluriennale e articolata stabilmente in un ecosistema, di Welfare culturale compiuta da Fondazione Palazzo Magnani e Farmacie Comunali Riunite, nell’ambito delle politiche comunali di nuovo Welfare e Cura della persona a cominciare dal progetto di inclusione ‘Reggio Emilia Città Senza Barriere’, temi che la pubblicazione affronta con il direttore della Fondazione Palazzo Magnani, Davide Zanichelli. Spazio di approfondimento è dedicato anche alle presenze stabili di Arte pubblica e alla Cura dei luoghi della città come spazi di relazione fra le persone e fra le persone e l’arte, fra cui l’intervento The Organ Pipes di David Tremlett allo stabilimento ex Caffarri a Santa Croce: un percorso affrontato con la curatrice d’arte Marina Dacci, membro del Comitato scientifico della stessa Fondazione Palazzo Magnani.
A Reggio Emilia, scrive Sara De Carli nel capitolo L’arte è una cura, “l’amministrazione comunale ha messo in campo una trasformazione complessiva del welfare, ‘Reggio Emilia Città Senza Barriere’, al cui interno si colloca il percorso L’Arte mi appartiene, che dal 2017 coinvolge la Fondazione Palazzo Magnani e le Farmacie Comunali Riunite: non un semplice palinsesto di iniziative, ma una modalità innovativa di co-costruire il fare sociale attraverso l’arte”:
‘È un approccio operativo – spiega Davide Zanichelli – per cui attorno ad ogni mostra si mobilitano un’ottantina di operatori culturali, socioassistenziali e sociosanitari che si occupano di disabilità fisica e intellettiva, Alzheimer e malattie neurodegenerative, fragilità sociali, comunità rom e sinti… Insieme coprogettiamo con anticipo dei percorsi e questa contaminazione costruisce una nuova visione della mostra, fa immaginare allestimenti diversi. Questo impatta non solo sui visitatori, ma anche sugli operatori’.
Bellezza e cura sono dunque una nuova frontiera per la cooperazione, che sia sociale o culturale, dove la nuova alleanza tra welfare e arte, ha spiegato Annalisa Percoco, ricercatrice di Fondazione Eni Enrico Mattei, “apre una nuova narrazione e produce un effetto politico, perché rompe la logica della prestazione e apre quella della possibilità”.
Fra gli altri contributi di questa sezione, quelli di Cristina Ambrosini, dirigente responsabile del settore Patrimonio culturale della Regione Emilia-Romagna, in particolare sul Manifesto per il welfare culturale realizzato con la Regione Toscana; Sandra Aloia, responsabile della missione “Favorire partecipazione attiva” della Compagnia di San Paolo sul ruolo importante delle Fondazioni bancarie in questa nuova frontiera che unisce welfare e cultura; Roberta Paltrinieri, ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e coautrice della ricerca biennale, svolta insieme con l’Università di Urbino, sugli ecosistemi di welfare culturale – fra cui quello di Reggio Emilia – i cui risultati sono stati presentati a fine gennaio scorso e Catterina Seia, presidente del Cultural Welfare Center – Ccw, che afferma fra l’altro: “Che il bello curi la saggezza popolare lo sa da sempre: la differenza è che oggi abbiamo le evidenze scientifiche. Basti pensare che l’Oms nel 2019, con il Rapporto 67, ha preso in esame più di 3mila studi solo nella regione Europa sugli impatti delle pratiche artistiche e della partecipazione culturale sulla promozione della salute, la prevenzione delle patologie e il loro trattamento lungo tutto l’arco della vita”.
Anche in Italia, infatti, il medico potrà mettere in ricetta un corso di pittura o una visita al museo. Si chiama ‘prescrizione sociale’ e poggia su solide basi scientifiche, oltre che sull’esperienza di altri Paesi, quale la Gran Bretagna dove tale genere di prescrizione è in corso dagli anni Novanta del secolo scorso. “Nei territori – si sottolinea nel servizio di Vita – esistono già moltissime esperienze di welfare culturale, con un Terzo settore che gioca da protagonista e fa della bellezza un’esperienza aperta a tutti. Questo numero è un manifesto: la bellezza è un diritto, non un privilegio”.
Nel secondo capitolo della monografia, a cura diNicla Panciera, la Parola alla scienza, con le evidenze positive emerse, a proposito di arte, cultura, benessere e terapia medica, dalle osservazioni delle neuroscienze, della neurobiologia e delle scienze cognitive, della psichiatria, della pedagogia e dell’architettura.

Infine, nel terzo capitolo, Voci del verbo bellezza, ancora l’esperienza di Reggio Emilia: Daria Capitani intervista Marina Dacci che, a proposito di arte e fragilità racconta: “La vulnerabilità può essere uno dei motori più potenti nell’arte. L’arte, attraverso la stessa fragilità e l’inquietudine, conduce dentro l’enigma della vita, rafforzando la nostra umanità nel sentire e nel conoscere. L’arte ci conduce tra le braccia della bellezza che non e certo la sua dimensione esteriormente estetica, ma soprattutto è forza auto generativa che consente di fare esperienza di un sentimento vitale. La bellezza e risonanza tra noi e il mondo”.
A proposito di Arte pubblica, Dacci ricorda le opere permanenti di Sol LeWitt, Robert Morris, Eliseo Mattiacci, Luciano Fabro e appunto David Tremlett, di cui lei stessa è stata curatrice e che a Reggio Emilia, città con forte sensibilità all’arte e alla cultura contemporanee, si possono ammirare.
Questo e molto altro da non perdere, su Vita di marzo 2026.

