HAMZEHIAN & MORTAROTTI, UNTITLED, YONAGUNI, 2019, © HAMZEHIAN & MORTAROTTI

È importantissimo che l’uomo crei una immagine di se stesso. E se non riesce a creare quell’immagine allora non ci sarà nessun futuro per l’uomo. Ed è proprio quello che esigo dall’arte antropologica: che l’uomo veda se stesso come immagine, mentre ora non si vede affatto come immagine […] La sua immagine vera, che potrebbe crearsi, se se ne desse la pena, mostrerebbe una figura grandiosa dell’essere umano.
(Joseph Beuys, “Ein gespräch“, Basilea, ottobre 1985)

A cosa servono le mostre d’arte?

Fotografia Europea 2021, la principale rassegna italiana dove il linguaggio fotografico sempre di più si contamina con quello dell’arte contemporanea, ha messo in scena diversi progetti espositivi complessi, che utilizzano la dimensione estetica per condurci da un’altra parte.

Uno di questi progetti è L’isola di Anush Hamzehian e Vittorio Mortarotti che intende raccogliere le ultime immagini, gli ultimi suoni e gli ultimi bagliori di una comunità che scompare. Yonaguni è un piccolo pezzo di terra lontano da tutto e battuto dalle correnti più forti dell’Oceano Pacifico. Sull’isola vivono mille persone, poche delle quali ormai parlano ancora il dunan. Il dunan è una Severely Endangered Language, la sua sorte è segnata. Di qui a qualche decennio non esisterà più e sarà dimenticata. Insieme alla lingua è il mondo stesso di Yonaguni a dissolversi: presto non ci saranno più i riti funebri durante i quali i corpi vengono seppelliti in enormi tombe a forma di ventre materno e non ci saranno più leyuta, le sacerdotesse che comunicano con gli spiriti degli antenati.

HAMZEHIAN & MORTAROTTI, UNTITLED, YONAGUNI, 2019, © HAMZEHIAN & MORTAROTTI

La storia narrata colpisce certamente la nostra sensibilità, muovendo sentimenti di empatia e struggente malinconia, facendoci immaginare la fine di un mondo.

Ma è veramente così? Finisce davvero un mondo se nessuno parla più la lingua che lo dice?

Attraverso il sentimento, il lavoro di Mortarotti e Hamzehian ci conduce ad una dimensione profondamente speculativa, fino a portarci sulla soglia di una delle questioni capitali del pensiero occidentale: la relazione tra linguaggio e mondo. Non però nella forma linguistica della teoria del significato, ma in una modalità molto più radicalmente ontologica: se nessun uomo nomina le cose del mondo, quelle cose esistono?

Ragionare su questi dilemmi non è tempo perso, non sono astrazioni filosofiche che nulla hanno a che fare con la realtà della vita quotidiana. Ignorare l’opportunità (che di fatto questo progetto fotografico ci offre) di darsi un tempo per meditare su questi argomenti produce uno dei fenomeni culturali più dannosi, la condanna pregiudiziale di ogni visione antropocentrica. Da questa condanna, ormai patrimonio di certo pauperismo antropologico mainstream (“l’uomo non è altro che un animale tra gli altri”, “siamo un piccolo granellino di sabbia insignificante nel cosmo”, “il virus è il vaccino, noi uomini siamo il virus per la natura” …) deriva gran parte degli approcci alle grandi questioni etiche del nostro tempo, tra cui quell’ecologismo ingenuo e sentimentale secondo cui il pianeta Terra senza l’uomo sarebbe un posto migliore.

Cosa c’entra questa idea con la fine del dunan?

Possiamo farcene un’immagine provando a rispondere a una domanda, semplice solo in apparenza.

Possiamo pensare qualcosa che non possiamo dire?

Provateci, vi accorgerete che è impossibile. Possiamo non sapere quale nome dare a ciò che pensiamo, semplicemente per ignoranza o per quel singolare fenomeno che i medievali chiamavano penuria nominum, ma una descrizione, ancorché approssimativa, utilizzando altri “giri di parole” è sempre possibile. Il nostro è inevitabilmente un pensiero proposizionale. Pensiamo ciò di cui conosciamo il nome e conosciamo il nome solo di ciò di cui facciamo esperienza, cioè di ciò che rientra in qualche modo nella nostra vita, anche se solo attraverso una modalità speculativa e non necessariamente “pratica”. Albert Einstein, rispondendo a chi gli chiedeva quale fosse stata la cosa più sorprendente della sua vita di scienziato, disse – più o meno, vado a memoria – che tutto ciò che aveva scoperto lo aveva scoperto stando seduto su una sedia.

Dunque con il pensiero creiamo mondi che giungono a manifestazione tramite il linguaggio. Senza la parola che nomina la cosa, quella cosa esisterebbe in una qualche forma, ma non giungerebbe mai a manifestazione. Perché si manifesti è necessaria una coscienza vivente, un teatro della manifestazione.

“In principio era il Logos … ”

Dire che il Logos genera il mondo non è allora, forse, una semplice metafora. Qual è lo strumento che il Logos si è costruito nei millenni per dare, oggi, la migliore manifestazione di sé?

L’uomo.

L’uomo mentre conosce e dice, crea il mondo poiché lo porta a manifestazione. Così soggetto e oggetto si fondono in un monismo perfetto. Questa è vera interdipendenza ecologica: l’uomo co-creatore del mondo, insieme al Logos che si riflette nel suo pensiero e nel suo linguaggio. Ciò affida all’uomo una responsabilità enorme verso il mondo, la sua tutela e la sua evoluzione.

Se scompare l’uomo che dice il mondo, scompare il mondo.

Esiste un racconto della tradizione ebraica, tramandato in differenti versioni, relativo a questo profondo sapere e suona più o meno così.

Un giorno gli angeli chiesero a Jahvè perché avesse creato l’uomo. Che bisogno c’era di un essere così imperfetto? Allora Jahvè condusse un angelo e un uomo nella foresta e attese il passaggio di alcuni animali. Passò una zebra e Jahvè chiese: “Che cos’è quello?”
“Un animale”, rispose l’angelo.
“Quella è una zebra”, rispose l’uomo.
Passò quindi un leone e Jahvè chiese: “E quello che cos’è?”
“Un altro animale”, rispose l’angelo.
“Quello è un leone”, rispose l’uomo.
Concluse Jahvè rivolgendosi all’angelo: “Hai capito, dunque, perché l’uomo è necessario?”.

Era necessario l’uomo, perché  altrimenti la creazione sarebbe perita. Nell’uomo evolve ciò che altrove è giunto al suo termine e ha bisogno di essere ravvivato per far procedere l’evoluzione. Perciò fu necessario che l’uomo si aggiungesse alla creazione, e che potessero nascere i germi fecondatori che si esprimono nei nomi.
(Rudolf Steiner)