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Atlanti, Ritratti e altre storie

17 Ott 2020 - 10 Gen 2021

Sei giovani fotografi europei

La mostra raccoglie le personali dei tre vincitori dell’open call lanciata da Fotografia Europea 2020, a cui si aggiungono altri tre progetti selezionati sempre dalla giuria composta da Walter Guadagnini – direttore artistico del Festival, Maria Pia Bernardoni – curatrice progetti internazionali del LagosPhoto festival e Oliva Maria Rubio – curatrice indipendente.

La scelta della direzione artistica di ampliare lo spazio dedicato ai giovani artisti, nasce dalla volontà di approfondire, attraverso lo sguardo della fotografia contemporanea, il tema delle fantasie e delle narrazioni, in un momento storico in cui la proiezione verso il futuro si fa necessaria.

Già dal titolo si comprende come la ricerca di Alessandra Baldoni si ponga in una relazione di continuità con il celebre Bilderatlas dello storico dell’arte Aby Warburg: atlante di immagini (dedicato alla dea della memoria), dove lo studioso tedesco esplorava le sopravvivenze e le permanenze, le latenze e le ritornanze dell’arte figurativa occidentale.

Ma l’opera di questa autrice rimanda pure a un grande autore come Gerhard Richter, che nel suo Atlas (work in progress dal 1962) fa confluire immagini trovate e scattate da lui stesso, schizzi e ritagli di giornali, creando nuovi rimandi e connessioni che riannodano tra loro varie dimensioni temporali.

Baldoni non segue però un approccio antropologico e storiografico come quello di Warburg, il quale, a partire da immagini esistenti, le riconnetteva secondo una logica dialogica basata sulle sopravvivenze. E neppure ha un’attitudine enciclopedico-classificatoria: lei non vuole catalogare e mettere in ordine, ma creare nuovi accostamenti che ridiano vita al rapporto tra passato e presente, tra storie e vissuti, tra natura e interiorità.

La mostra è a cura di Gigliola Foschi

“The Denial” è una serie di documentary fiction onirica e senza tempo, basata sulla misteriosa storia della sua famiglia.

Come giovane figlia di un’immigrata, è cresciuta nella negazione delle sue radici, alla ricerca dell’integrazione e con pochissima conoscenza della storia della sua famiglia. Suo padre abbandonò le Isole di Capo Verde alla giovane età di 13 anni e non vi fece più ritorno.

Alexia scoprì il Paese per la prima volta nel 2017. Si recò sulle isole alla ricerca del passato di suo padre per trovare delle risposte. Tornò dal suo viaggio con altre domande e foto da un album di famiglia che non trovò mai.

La mostra è a cura di Marie Gomis-Trezise.  

Con questo raggruppamento di immagini estratte da diverse serie fotografiche, Manon Lanjouère propone di descrivere una nomenclatura, comporre una bibliografia e raccontare le origini dell’Universo. Le storie immaginarie che crea equivalgono a produrre immagini di fantasia che alimentano l’immaginazione, essenziale per la cultura popolare tanto quanto per ragionamento accademico.

Attraverso questa produzione, mescolando fotografia, poesie, schizzi o vari oggetti, tenta di mostrare attraverso “l’immagine artificiale” ciò che non è visibile ad occhio nudo. Mentre l’esplorazione raggiunge i limiti del rilevabile e comprensibile, fa affidamento sulla creatività e l’immaginazione dei ricercatori per spingere i confini, portando la scienza e l’arte a reinterpretare l’Universo.

“Unheimlich”, tradotto in italiano con il termine perturbante, contiene nella sua complessità semantica quel senso di impotenza e di spaesamento che si avverte quando visitando un luogo per la prima volta ci si ritrova davanti ad elementi che sembrano conosciuti. Questo sentimento scatena delle reazioni contrastanti ed antitetiche come la calma e la paura.

Applicato allo spazio labirintico della colonia per bambini dell’ex villaggio Eni di Corte di Cadore Das Unheimliche permette di interrogarsi sulla familiarità inquieta di questo luogo: «Sono già stato qui?»

Das Unheumlich rappresenta una metafora sulla condizione dell’abitare contemporaneo. Questa esperienza mette in valore la necessità umana di costruire una dimensione domestica all’interno dello spazio generico, lavorando sul registro intangibile ma palpabile dell’inconscio. La ricerca del territorio familiare include in maniera antitetica anche la sua negazione, della quale il perturbante è in maniera ambigua la definizione. Il ripetersi incessante di alcune forme, materie e colori all’interno della sequenza evoca questo percorso di ricerca di un punto di riferimento capace di generare quel senso di familiarità con il luogo.

Per molti anni ho cercato di raccontare una valle in cui sono nato e dove ho trascorso molto tempo da quando ero bambino, sebbene sia cresciuto in una grande città come Milano. Questa valle è un posto che ho amato e odiato, un luogo a cui sono legato da un legame emotivo che coinvolge me, mio padre scomparso quando avevo quindici anni e mia madre, scomparsa un anno fa.

A un certo punto ho deciso di mettere da parte ogni tipo di approccio documentaristico con la consapevolezza di non essere mai stato interessato alla bellezza del paesaggio naturale o alla realtà oggettiva di questo luogo. Ero interessato a dare voce a un luogo che cambia, protegge e distrugge le persone, attraverso la sua esistenza nelle nostre vite.

Nel mio lavoro, i ricordi del tempo trascorso in questa valle si mescolano a sogni, incubi e visioni che la mia mente ha ambientato in questo luogo familiare e allo stesso tempo distante, attingendo a una sorta di realismo magico.

In un tempo in cui le persone guardano le fotografie sempre più velocemente, ho deciso di usare un linguaggio fotografico che inducesse l’osservatore a soffermarsi, a avvicinarsi e a strizzare gli occhi per abituarsi all’oscurità di queste immagini iridescenti che rivelano un viaggio personale verso la resa dei conti con questa valle

Albinism, Albinism è un progetto fotografico in corso. La serie ha lo scopo di catturare la bellezza dei ragazzi nati con l’albinismo – un’assenza di pigmentazione negli occhi, nella pelle e nei capelli. Ha lo scopo di creare consapevolezza attraverso la bellezza, evidenziando piuttosto la valenza estetica dei suoi soggetti piuttosto che ritrarli come vittime.

La prima edizione della serie, Albinism, Albinism I, è stata realizzata in Tanzania, storico luogo di violenze, omicidi e segregazione contro gli albini. La seconda edizione della serie, ancora inedita, in Uganda, un paese in cui la segregazione sociale verso l’albinismo è meno pressante. La seconda edizione presenta quattro giovani uomini albini di diversi ceti sociali: dal musicista di dancehall professionale ugandese all’attivista.

Vedo il mio lavoro come una via di mezzo, una terra di nessuno, tra realtà e fantasia, motivo per cui non potrei mai intendere il mio lavoro come puramente documentario. Mi piace costruire una fantasia attorno a ciò che già esiste, attorno a ciò che è già lì. Vedo che è un esercizio costante che consiste nel sognare e cercare la bellezza ovunque io sia. In questa serie ho reinventato paesaggi per mostrare tenerezza e sensibilità e un’aura quasi eterea in persone che non sono sempre umanizzate dalle loro comunità”.

Biglietto unico True Fictions + Atlanti, ritratti e altre storie

Intero € 10,00
Ridotto € 8.00
Studenti universitari (19-26 anni) € 6,00
Ragazzi (6-18 anni) € 5,00

Ridotto:  gruppi composti da almeno 15 persone, over 65, possessori YoungER card, persone con disabilità, possessori biglietti mostre Fondazione Magnani Rocca – Traversetolo, membership card enti convenzionati, dipendenti Iren

Gratuito: Amici della Fondazione Palazzo Magnani, bambini di età inferiore ai 6 anni, accompagnatori di persone con disabilità, giornalisti iscritti all’albo con tessera di riconoscimento, soci della Collezione Peggy Guggenheim

una produzione

nell’ambito di

promossa da

          

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  • Data: 17 Ott 2020 - 10 Gen 2021
  • Luogo:Palazzo da Mosto, via Mari 7 - Reggio Emilia
  • Curatori:Walter Guadagnini

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